il nome Speciale del tiramisù

Per parlare de Il nome della notte,  l’ultimo libro di Marco Speciale, è necessario partire dal tiramisù. Attenzione, non quello classico con i savoiardi, ma quell’intricata sovrapposizione a più strati di pavesini che è entrata a pieno titolo nel mio ricettario sotto il nome di unica e sola, attribuibile alla signora Avolio Carla.

Per il perfetto tiramisù è necessario un certosino bilanciamento degli ingredienti: ogni etto di mascarpone pretende un uovo e un cucchiaio di zucchero, di più o di meno non è il caso; per evitare che i pavesini galleggino nella crema come l’arca di Noè al trentaseiesimo giorno di pioggia, disporre i biscotti – rigorosamente inzuppati per metà nel caffè amaro – a senso alterno, ‘per il lungo o per il largo della teglia’. Ricoprire lo strato di crema finale con un abbondante velo di cacao amaro e lasciar riposare in frigo anche per una nottata, che male non fa.

Vorrei essere più precisa sui tempi di conservazione, ma non è mai avanzato niente.

Ora, perché questo unicum culinario nella cucina letteraria di #readEat?
Perché per intreccio, colori e anima dolce-amara, Il nome della notte è come il tiramisù della signora Carla, un dolce Speciale (chiedo scusa, non ho resistito al gioco di parole), e pian piano vi spiegherò il perché.

La tranquillità di Monza viene disturbata dall’omicidio brutale di una prostituta di colore. Questo è il piatto su cui viene servito il nostro dolce ed è un piatto da cui mangiano tutti: mangia la pm arrampicatrice sociale, vi attinge il GAL, gruppo di xenofobi in erba; ci spizzicano qualche forchettata i media, pronti a dire la loro e se ci avanza un morso, anche le mafie ne vorrebbero un angolino, grazie.

Volendo fare ordine, inizierei a parlare del mascarpone, l’ingrediente chiave: il vice questore Caserta. Come i barattoli da mezzo chilo del più amato latticino è un uomo imponente e dall’anima candida, devoto tanto al lavoro quanto alla famiglia. Si mescola bene sia ai politicanti finti sensibili, consistenti come i bianchi d’uovo montati a neve, sia all’elemento più denso ed energico, il corpo di polizia che al pari dei i tuorli con lo zucchero sotto il turbine delle fruste, raddoppia sforzi e volume. L’incontro di questi tre elementi incarna quindi la macchina della giustizia lombarda, una crema da spalmare su tutti gli altri ingredienti del nostro dolce.

I pavesini, ossia tutti gli altri personaggi che in misura minore o maggiore contribuiscono alla riuscita della leccornia, devono fare i conti con l’amarezza del caffè in cui, volenti o meno, sono immersi. Perché bagnare a metà il pavesino è presto detto: se assorbe completamente il caffè, si farà trovare saturo dalla crema al mascarpone, con il risultato che i componenti del dessert si separeranno e il biscotto non potrà impregnarsi di entrambi i sapori.

D’altro canto, è impossibile decidere a priori in che misura l’amaro verrà preso dal biscotto, si può dire che sia distribuito per tutta la teglia ma in quantità differente per ogni pavesino, un po’ come le qualità negli individui, in generale. Ciò che è davvero importante dei pavesini, oltre il grado di amarezza, è – ripeto – la disposizione nel ruoto: tutti vicini, capita che un bordo morbido si modelli a quello meno inzuppato, ma capita anche che il più integerrimo dei pavesini si rammollisca un po’.  Capiteli, i pavesini sono influenzabili come i personaggi de Il nome della notte, quant’è vero che le azioni di chi ci sta vicino possono condizionare le nostre in modi che forse non potremmo mai immaginare.

Ecco, l’intreccio sapiente dei biscotti ammollati nel caffè e della crema rappresenta un libro dal gusto singolare, inizialmente amaro per via del cacao in cima, all’ultimo strato, una cortina che si impregna al palato e che non va via al primo boccone, forse al secondo o al terzo. Il pieno dolce si raggiunge al fondo della teglia, quando rimane sotto soltanto la cremina superstite ma vittoriosa.
Il mascarpone diventa quindi saggio consigliere, suggerendo di non fidarvi mai dei primi assaggi e di aspettare per vedere cosa rimane al fondo del piatto.

Questo libro ha trovato in ExCogita il frigorifero adatto a far rassodare il tutto, e continuando sulla scia della metafora posso dire che Speciale, con l’ironia azzeccata di chi non lascia nessuna parola al caso, si è fatto chef, organizzando sapientemente i sapori del romanzo per regalarmi in forma letteraria il dessert che grazie alla signora Carla ho sempre associato al Natale, alla famiglia e al candore dominante.

Buon appetito, miei cari, e buone feste!

 

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Semmai tra voi lettori e autori timidi ci fosse qualche diffidente, sappiate ho sacrificato una sera di dieta per comprovare la teoria Il nome della notte/tiramisù. Lo sforzo è stato notevole e ne sono uscita molto provata, ma che la foto mi sia testimone, non dico bugie!

 

 

Editor freelance, lettrice compulsiva, mangiona impenitente. Tra un refuso e una briciola recensisco libri e lavoro con gli autori accanto alle loro storie.

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