Alessandra Scarano: Le parole di Estia

Cari lettori, mangioni e autori timidi,
questa settimana, per la sezione Spizzichi e bocconi ho con me Alessandra Scarano e Le parole di Estia. Architetto, amante dell’archeologa, poetessa. Ciò che mi ha portata a cercarla e chiederle un intervento nella cucina letteraria di #readEat – libri da mangiare è stata un’affinità storica che, dai suoi studi ai miei, non poteva fare altro che solleticarmi il palato.

Vedete, è difficile coniugare la passione che spinge a studiare la Storia (sì, con la maiuscola, quella Storia) con qualcosa che rientri a pieno titolo nella vita di tutti i giorni, eppure Alessandra ci riesce con eleganza, usando proprio il suo rigore accademico come una porta che dà sull’anima. Ma il percorso è lungo, e per arrivarci il lettore deve scavare, come un archeologo del sentimento.

Dunque, come gli archeologi acquisiscono conoscenza e mezzi per condurre i loro scavi, senza indugio chiederei alla poetessa di fornirci qualche attrezzo per portare alla luce il suo lavoro.

Cominciamo con due poesie, una scelta da me e una scelta da Alessandra!

 Antipasto

Anfipoli, 8 dicembre 2014 d.C.

C’è qualcosa
nella notte
che non si sopporta

qualcosa di troppo
profondo

che ti scava
dentro
come una tomba antica

e ti incide di parole
che non hanno traduzione

Il salvatore

Il gelsomino penetra nel cuore, fino all’osso,
io seduta al bordo del dolore
non ho nome.
Vorrei tenere strette nella mano
quelle dita che muovevi tanto piano, lungo i tasti
della nostra vaga storia, vorrei
perdere memoria.
Con il nome ho seppellito
dentro un fosso anche l’ordito della musica
e l’alfabeto muto, mai compreso, del sapore dell’aneto
sulla pizza che mi offristi sulla spiaggia di Glyfada
e dei miei occhi in rada nel tuo corpo.
Questa sera disperata, tu sei morto e io so bene
che non ti sei mai accorto delle pene che mi davi,
che i miei dadi non vincevano,
che qualsiasi armata disponessi, i miei soldati
non ti combattevano.
Il gelsomino è bianco quanto è stanco il mio pensiero
di sedere sul tuo porto a scioglier nodi, di declamare
epodi e odi al nulla, di desiderare tanto
e non avere più una culla.

Primo
Ciao Alessandra, prima di parlare de Le parole di Estia, toglimi una curiosità che ammetto essere un po’ personale. Tu nasci come accademica, anche di un certo rilievo. Tra il tuo background universitario e la forte propensione al verso, hai mai avvertito una sorta di dicotomia o sono ambiti che trovi si possano compensare tra loro? 

La mia esperienza accademica è stata certamente un’esperienza sui generis: ho abbandonato, infatti, un iter lavorativo in ambito universitario che mi stava dando grandi frutti (un dottorato durante il quale avevo scritto due libri, un corso a contratto, un assegno di ricerca, presenze a importanti conferenze) in seguito a una profondissima crisi esistenziale che mi ha fatto lasciare anche la città ove ero nata e cresciuta, Napoli (una città che, tuttavia, non avevo mai amato).

Questa crisi è ciò che mi ha spinta a scavare dentro me stessa per recuperare la vera Alessandra, nascosta sotto uno spesso strato di sovrastrutture comportamentali accumulatosi nel tempo; e non avrei ripreso a scrivere poesia, dopo anni di silenzio, se non mi fossi scrollata di dosso questa veste tanto ricca ma di un colore e di una misura che non mi si addiceva. È quindi difficile per me dire se vi sia stata una dicotomia tra esperienza accademica e attività poetica: in qualche modo sì, ma non vi sarebbe stata l’una senza l’altra.

Non sarei andata prima in Umbria a vivermi la crisi, a cercare una nuova dimensione spirituale, poi in Grecia a mostrarmi per quel che ero alla luce del sole (e a ritrovare la mia tanto amata archeologia, a confrontarmi in solitaria con l’archetipo e allora a scrivere di nuovo, come un fiume, come se si fosse aperto il vaso di Pandora), poi nuovamente in Umbria (dove oggi vivo serena) per ritrovare le mie radici culturali (non natali, ci tengo a precisare…).

Inoltre, certamente l’essere nata da due professori universitari, in una casa che contava diecimila volumi acquistati nel tempo da un padre amante in particolare della storia, deve avermi segnata: non credo sia un caso che in me la scrittura significhi ricerca dell’origine, tentativo di comprensione delle profondità dell’animo umano, continua scoperta, viaggio, conoscenza, disseppellimento del ricordo, necessità di trovare risposte.

Secondo
Riesci a essere archeologa anche parlando di te e del tuo momento di crisi e rinascita, incredibile. Ad ogni modo, sfruttiamo al volo il tuo viaggio in Grecia per capire un po’ quali elementi hai portato nella tua poesia. Sicuramente il ricorso al mito, come si evince da Le parole di Estia, silloge i cui componimenti sono stati fiori all’occhiello per svariati premi.

Ecco, soffermiamoci sulla figura della dea in questione. Estia è una delle dee vergini, il suo luogo è il focolare posto al centro della casa. Nel suo articolo su ‘I quaderni del Ramo d’Oro online’ (n. 3) Skamperle riprende un bellissimo studio di Vernant in cui si analizza la figura della dea, dichiarandola l’ombelico, il tramite attraverso il quale la casa è radicata a terra, proprio perché la sua condizione virginale la vincola alla casa del padre Zeus, a non lasciare mai il suo fianco definendo così la dimensione domestica.

Se allarghiamo il concetto a una casa ‘umana’, Estia è la più pura dimensione dell’interiorità e del femminile, un’interiorità e un femminile che io vedo emergere dai tuoi versi man mano che si è strutturata la tua identità di poetessa, la vera Alessandra e quindi, Le parole di Estia.

Dunque (io ho potuto leggere qualcosa, ma forse molti no!), puoi parlarci della silloge? Qual è stato il lavoro alla ricerca del tuo ombelico e delle tue radici? 

Parlare di Le parole di Estia è, per me, come parlare di un parto: impossibile, se non tramite metafora. Questa silloge si è venuta creando nei passi solitari lungo coste assolate o battute da rari ma fortissimi temporali, nei pensieri e nelle emozioni che si affastellavano durante i giorni e le notti passati a vivere una solitudine dolorosissima ma necessaria e in qualche modo “epica”, ai limiti del mondo fino ad allora da me conosciuto, ai limiti della storia, mia e in generale di questa nostra cultura occidentale, tanto difficile da definire eppure così fondamentale nel mio modo di percepire il mondo (e più avanzo nella vita, più me ne rendo conto).

Sono andata via dall’Italia nella convinzione di non tornare più indietro, alla ricerca di paesaggi nudi, di una luce “totale” che svelasse tutto ciò che era nell’ombra del mio subconscio, di forme radicate nella memoria collettiva più ancestrale, e ho ritrovato la parola, la MIA parola, la capacità di nominare, quindi di creare, racconti, mondi, di dare senso a una realtà che di per sé non ne ha fin quando non vi sia qualcuno ad osservarla e a farla propria, emotivamente e razionalmente.

Il trauma cerebrale autoinflittomi nel riempirmi la mente di una lingua (il greco) tanto differente dalla nostra ma tanto familiare per forza di cose culturali mi ha aiutata nel processo di dimenticanza e di conseguente riscoperta: giungevo all’origine del pensare e del sentire, all’origine della parola, ciò che distingue l’uomo dalle altre specie animali, ciò che rende possibile l’immaginazione. Dopo tre anni mi sono sentita sola: sul baratro dell’assoluto, ho avuto nuovamente necessità di “diacronia”, di un ambiente che non si riducesse solo ai segni di un passato antico assurto a emblema del pensiero umano ma che sviluppasse un discorso più lungo e complesso, per riappropriarmi ora della mia umanità in modo più completo.

Sono allora tornata in Italia, nuovamente qualcosa dentro di me è mutato profondamente, ho ripreso in mano la silloge per guardarla come allo specchio e mi sono quasi spaventata di tanto ardore, di trovarvi una necessità di racconto delle profondità del mio animo che rasentava a volte il vaticinio. Troppe parole, troppe ripetizioni, troppo mito, ne sarebbe bastato di meno, collocato in maniera sapiente come l’effige di una dea all’interno di un tempio, per riuscire a portare alla luce ciò che avevo dissepolto in Grecia: allora ho tagliato versi, tranciato di netto componimenti, ne ho fustigati altri perché ridondanti, o evidentemente superbi.

La diversa atmosfera nella quale ero tornata a vivere, questa Umbria umile, pietrosa, spirituale, dai colori sfumati, fatta di paesini medievali, muschio e umidità notturna, questa Umbria che già tempo prima mi aveva con tanta dolcezza accolto – una napoletana che aveva sempre detestato Napoli – iniziava ad avere i suoi effetti.

È così che nasce Le parole di Estia, questo percorso poetico che tanto ha segnato la mia esistenza: esattamente come un parto, prima si soffre, si urla, quel che ci sta dentro, che è tanto silenziosamente cresciuto, esce fuori. E finisce il dolore ma inizia il percorso più difficile: fare di un neonato un uomo. Solo chi leggerà potrà dirmi se sono riuscita nell’impresa.

Contorno
Una delle mie più grandi paure nell’approcciarmi alla poesia è quella di non capire cosa il poeta vuole trasmettere, qual è il suo messaggio, ed è purtroppo una paura condivisa! Forse è per questo che la poesia come forma d’arte trova difficile spazio nel mondo dei lettori. 

Adesso, però, la mia domanda è un’altra: per rapportarsi a un testo poetico c’è bisogno della testa o della pancia? Capire o sentire?

Rispondo a una domanda con una domanda: davvero si possono concepire come separati il “capire” e il “sentire”, “la testa” e “la pancia”? Io non credo che esista una dicotomia tra le due cose, che davvero vivano in noi una mente fredda, roboticamente razionale, matematica ed un cuore pulsante sentimenti nebulosi, passioni informi, istinti e percezioni impossibili da definire, quasi “magici”.

E sono convinta che non si possa mai davvero “sentire” ciò che non si conosce, e quindi comprende; e questo vale a maggior ragione nell’approcciarsi all’arte della parola, ove la comunicazione, a differenza di quanto può avvenire tramite uno sguardo tra due persone, o mediante una pennellata di colore su una tela (ma in tal caso il discorso si fa più complesso, in realtà…), è mediata da un codice che è la lingua, la quale porta con sé non solo le sue regole sintattiche e grammaticali, ma l’infinito spettro di varianti creative al suo utilizzo.

Indubbiamente, esiste un “comune sentire” tra uomini, tra autore e lettore, che ci rende più piacevole leggere un verso rispetto ad un altro, come ascoltare una musica rispetto ad un’altra, o vagare per le strade di una città e non di un’altra: ma da cosa dipendono queste preferenze, e perché capita che mutino al mutare delle stagioni della nostra esistenza? Credo che dipenda, appunto, oltre che da una base che definirei genetica (certamente nasciamo con determinate tendenze di gusto), dal nostro percorso di conoscenza in gran parte.

Più facciamo nostra una storia – la storia di un uomo, la storia di un luogo, la storia finanche di una lingua – e più “sentiamo”, e più ci sentiamo in grado di giudicare, e più prendono forma nel nostro spirito gli strumenti atti ad apprezzare o a respingere. Quindi, la sensibilità letteraria si modella, si cesella come una roccia dalla quale trarre una scultura. Spesso i poeti – ma questo avviene in molti campi disciplinari – più apprezzati sono quelli più “facili” da comprendere e quindi da “sentire”, quelli la cui poesia non necessita, per essere capita, di una difficile esegesi, di un grosso armamentario conoscitivo per addentrarsi nel bosco poetico e distinguerne le specie arboree.

Quale lettore di poesia non si sarà accorto della differenza di stratificazione simbolica che vi è tra le lievi poesie di Prévert e l’apocalittico poema di Eliot (e infatti egli stesso vi pose pagine e pagine di note a fine testo)? Ciò non significa che una poesia “semplice” abbia un valore minore di una poesia “complessa”: la vera semplicità, che non è banalità, può richiedere un percorso assai più tortuoso e faticoso di quello necessario per creare un’opera di difficile interpretazione.

La semplicità vera è espressione di chiarezza mentale e sentimentale, e deriva da un lavoro di cernita e di limatura interiore effettuata a furia di tentativi, di andirivieni espressivi, di dialoghi con sé stessi allo specchio della memoria e della coscienza. Nello stesso autore possiamo trovare periodi più “facili” e periodi più “difficili” sul piano espressivo e linguistico (basti pensare a Dante), sempre collegati a particolari momenti esperenziali di differente colore.

Ad ogni modo, non esiste amore che non derivi dalla conoscenza, amore inteso come possibilità di comprensione fulminea e – apparentemente? Il nostro diacronico mutare ci porta a pensarlo – panica di un qualcosa. Più conosco, più sento, più amo (o detesto, l’altra faccia della moneta, quando ci si fonde con quel che si sperimenta).

Se voglio davvero “sentire”, al massimo delle mie capacità possibili, un testo, non potrò esimermi dal tentare di conoscere quanto più della vita, del modo di pensare, delle esperienze emotive e intellettuali, della volontà di sperimentazione linguistica del suo autore. Insomma, provare almeno un po’ ad essere lui, o lei, mentre leggiamo.

Dolce
Ultima domanda: ci parli un po’ della poesia che abbiam scelto di inserire in questo spazio?
Ricordi quando l’hai scritta? È cambiato qualcosa durante la rilettura post Grecia?

Anfipoli è il manifesto del mio modo d’essere da sempre, ed è, infatti, la poesia d’apertura della silloge. Poche parole scritte a notte fonda, in una casa per me nuova ove vivevo sola, volutamente dimentica della mia vita precedente e dimenticata da essa, nella campagna mediterranea, profumatissima e calda, del Peloponneso più antico (tra Micene ed Epidauro). Poche parole incise sulla lapide della mia anima, sempre troppo sensibile, sempre alla ricerca dei perché dell’esistenza.

Il salvatore è stata, invece, una scelta meno ovvia. Si tratta, infatti, di una poesia differente dalle altre, molto meno stilisticamente elaborata, ragionata: l’ho scelta perché è forse la poesia più “mortale”, più onesta, “nuda”, che io abbia scritto. Qui, come nel Pascoli più intimo ed elegiaco, il simbolo non è un simbolo mitico o appartenente ad un possibile “inconscio collettivo”, ma viene colto da ciò che si è fisicamente esperito. Il porto, il gelsomino, sono esistiti davvero, li ho vissuti, davvero lanciai due dadi sul piano della mia scrivania nottetempo, per chiedere alla sorte se avrei rivisto la persona alla quale quelle parole sono dedicate.

L’incontro con l’egoismo umano diviene però qualcosa in più di una semplice esperienza particolare: si fa esperienza universale di solitudine, di sconfitta, di necessità di sopravvivenza emotiva. Gli oggetti e gli spazi che ho toccato e in cui ho vagato dolorante, i profumi che mi si sono insinuati nei polmoni a ricordarmi un sentimento devastante, sono qualcosa di “povero”, di quotidiano, che assume il valore di perenne monito, di immagine di un momento topico dell’esistenza di ogni essere umano che sempre porta ad un grande mutamento interiore, alla necessità di una deviazione di rotta, a una profonda maturazione.

Dopo quella poesia (dopo quell’esperienza) ho cambiato anche modo di scrivere, ho iniziato a “scarnificare” l’espressione, a volare più basso, a tentare di cogliere l’esatta corrispondenza tra parola e significato, tra forma della frase e messaggio. La silloge stessa, in effetti, si divide in tre parti, nelle quali ho cercato di mettere assieme poesie simili per tematiche e forme compositive, al fine di tracciare il percorso di espressione poetica da me seguito fino ad oggi.

 

Questo è stato un pranzo ricco, e immagino che se siete arrivati fin qui sarete anche un po’ provati (digestivo?).
Ringrazio profondamente Alessandra e la sua poesia, le sue risposte piene e la totale disponibilità!
Sapete? Confido che è raro, per me, parlare di poesia. Per quanto abbia studiato, per quanto mi piaccia, ho sempre paura di essere inappropriata. Parlare con questa autrice confesso che mi ha aperto un mondo, per cui poeti, ecco la mia proposta:

scrivetemi, parlatemi di voi e della vostra poesia.
Mi troverete qui, come Estia con il suo focolare.

 

 

Lettrice compulsiva, novella editor e comprovata mangiona, abbino quel che leggo alle pietanze che cucino per un nuovo modo di vivere le letture. E tu? Vorresti che il tuo libro fosse il prossimo? Contattami!

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