Salvatore Massimo Fazio - Filosofia, Regressione Suicida

filosofia e regressione: Salvatore Massimo Fazio

Ecco, ci siamo. Metto mano a Regressione suicida dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro (per gli amici, Regressione suicida) di Salvatore Massimo Fazio, e penso: è fatta. Ora tutti sapranno che io, Ida Basile, di filosofia ne capisco assai poco.
Sicuramente lo scoprirà l’autore del saggio, e anche Bonfirraro Editore, che l’ha pubblicato!

Dunque, cospargo in anticipo il capo di cenere. Salvatore, giuro che io a scuola ci provavo, ad andare bene in filosofia. E giuro che adesso ci provo, a parlare del tuo libro, di quello che mi ha lasciato addosso e sui cui sono arrivata a riflettere.

Innanzitutto, parliamo di due personaggi che non si ritrovano tra i banchi di scuola: Cioran e Sgalambro. Entrambi out-sider del pensiero, come dice Fazio, che de-costruiscono la filosofia tradizionale, la fanno a pezzi fin quasi a quella che sembra una resa: la loro filosofia non è fatta per accrescere il sapere con elementi nuovi.

Si tratta qui di un pensiero amaro, che si muove per negatività (non negazioni!). D’altro canto, lo dice il titolo stesso, nella sua versione per amici: Regressione suicida. Sono queste parole che ci ispirano in negativo, specie se prese singolarmente. No?

Infondo ‘regressione’ implica il tornare indietro in un percorso dove teoricamente ci si aspetta di andare avanti. E il suicidio? Il suicidio è l’atto supremo contro la vita.
Ma il bello delle parole è che possono mutare il loro significato, se all’interno di contesti specifici, specialmente in un saggio che accosta due intelletti particolari come quelli di Cioran e di Sgalambro.

Ecco quindi che a caccia di un significato più puro, frutto di una de-costruzione che ricorda molto quella del linguaggio di Beckett, tornare indietro trasforma il suo significato fino a diventare ‘ricerca’. Una ricerca che procede a ritroso, come la marcia dei gamberi.
Verso dove, però?

Suppongo verso qualcosa che tempo, futilità e società ci hanno insegnato a mascherare, celare, simulare: le emozioni. La ricerca verso il sentimento primo, quello autentico.
Il problema che sussiste poi è quello di dover accostare ‘suicida’ a ‘regressione’.

Ebbene, il suicidio è un atto volontario. Se consapevolmente scegliamo di intraprendere la strada della regressione in quanto ricerca, stiamo prendendo la responsabilità di una nostra scelta, e questo comprende anche l’aver contemplato la destinazione al fondo di questa, ovvero il ‘nulla’. D’altro canto, dove può condurre la ricerca di un principio?

Per dirla con Esiodo, ‘e nacque prima Chaos, primissimo‘ laddove per Chaos si intende il buio primordiale, il nulla: il principio. Regredire significa camminare verso Chaos, verso il silenzio, dove niente ancora è nato ed è tutto in potenza. Solo allora si è liberi di poter tornare a camminare in avanti.

Nella filosofia di Regressione suicida, soltanto quando l’uomo è libero, senza fardelli e senza dogmi, può guardare di nuovo il percorso in divenire, con occhi diversi. Regredire e quindi suicidarsi nel nulla, diventano elementi di rinascita e arricchimento.
De-costruire è quindi una cosa buona.

La lingua di Cioran e Sgalambro e il pensiero dell’autore sono riportati con quell’amara nota, tipica di chi sa che per smuovere qualche corda nel lettore dovrà presentare la propria verità nel modo più diretto e forse scomodo. Forse anche perché leggere di Regressione suicida è di per sé qualcosa che richiama all’amaro, come anticipato.

Se applichiamo ad ‘amaro’ lo stesso concetto di de-costruzione, però, possiamo eliminare tutta la negatività a cui la parola ci richiama. (Sì, ho i superpoteri, vedo wireless mentre storcete la bocca davanti alla verdura…il dipinto in copertina non è casuale!).

Non è quindi detto che amaro non voglia dire buono, e in questo caso anche sano. Ragion per cui ho ricercato la nota amara nella concretezza della terra e il messaggio chiaro nel sapore forte della carne.
Regressione suicida si accompagna quindi a delle puntarelle stufate con funghi champignon e macinato di vitello, sfumate in un goccio di vino bianco.

Buon appetito!

 

la più grande virtù
… è saper ammettere i propri errori. Da giovine (ahimè ormai troppi anni fa!) ho disdegnato la filosofia persino arricciando il naso, per rendermi conto soltanto poi che in realtà, è proprio come le puntarelle: difficile da pulire, amarognola di contenuto, ma buona.

Come dite? Ho già usato gli champignon?
Che memoria, ragazzi! Esatto, proprio qui!

 

Editor freelance, lettrice compulsiva, mangiona impenitente. Tra un refuso e una briciola, recensisco libri e lavoro con gli autori, accanto alle loro storie. Fino al 15 settembre accetto manoscritti per valutazioni gratuite!

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